L’Italia è un Paese di innovatori moderati

Sono certo che gli alunni delle scuole citate negli articoli … crescendo, vedranno realizzata questa vision perché ne vorranno diventare i principali protagonisti per una sua diffusione (visione condivisa) e quindi per una sua propria possibile e probabile realizzazione.

L’Italia è riconosciuta a livello mondiale per la qualità della ricerca ma non per l’innovazione. L’Italia è un Paese di “innovatori moderati” e in alcuni ambiti … molto moderati. Credo che, purtroppo, in Italia, la ricerca non sia considerata (come dovrebbe essere in modo diffuso) uno strumento, cioè una fonte irrinunciabile, di sviluppo economico, sociale e civile del Paese.

Questo credo che sia un limite che dobbiamo conoscere consapevolmente e cercare “tutti insieme” di superare. Quando la ricerca sarà considerata strumento, cioè fonte di innovazione? Quando la signora Maria, casalinga di Mesagne, richiederà innovazione e parteciperà ai processi per definire la Domanda di innovazione. Il ruolo irrinunciabile delle Ricercatrici e dei Ricercatori è essenziale per il problem solving nella sua accezione di ciclo completo (problem finding, problem shaping e problem solving).

L’articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno (Relazione di un esperto ai giovani che fanno capo all’ISBEM, Mesagne, 28 novembre 2017) riporta il lancio di una proposta interpretabile come in linea di forte coerenza con lo sforzo necessario in cooperazione inter-istituzionale [a tutto tondo circolare e reticolare], basato sull’idea di sussidiarietà [verticale, orizzontale-circolare], cui fa cenno del resto la stessa strategia governativa esplicitata nel Piano Nazionale per la Ricerca 2015-2020, quadro d’insieme delle politiche pubbliche per la ricerca e l’innovazione nel ns Paese. Il punto focale binomiale di tale PNR è il seguente:

  • Bisogna lavorare ovunque perché il ricercatore diventi un Role Model della nostra società, un modello da seguire e un asse portante dell’innovazione.
  • Bisogna stringere i legami tra ricerca e problemi della società, avvicinando i Cittadini all’importanza della ricerca, assicurandoci al contempo che la scienza sia un canale per il dialogo tra i popoli, prima e meglio della politica.

Che tradotto, in tutta semplicità ma senza semplificare, significa: “un passo avanti alla competenza delle ricercatrici e dei ricercatori che si deve incontrare con la competenza diffusa (con e tra) dei cittadini e, un contestuale rafforzamento significativo, da un lato, delle irrinunciabili pratiche di cooperazione inter-istituzionali supportate, dall’altro lato, dalle altrettanto irrinunciabili pratiche di partecipazione all’inclusione e alla cittadinanza attiva dei cittadini delle comunità territoriali comunali alle politiche pubbliche in ricerca e innovazione”.

Bisogna considerare opportunamente che, a questo focus binomiale, si debba aggiungere un terzo punto focale, non meno importante dei primi due, cui fa esplicito cenno il PON:

  • “Perché la ricerca scientifica e tecnologica possa incorporare un orientamento strutturale al problem solving debbono essere rimosse tutte le paratie che troppo spesso nel passato hanno allontanato i “non addetti ai lavori” dalle sedi preposte alla formulazione, gestione e valutazione delle politiche della ricerca e dell’innovazione.” [Dal paragrafo “La fiducia nelle istituzioni”, pag. 44, del documento sulla strategia del Programma Operativo Nazionale FSE-FESR 2014-2020 Ricerca e Innovazione]

Dalla “Introduzione” del documento strategico PNR 2015-2020

Decidere di investire in ricerca significa, per l’Italia, scegliere di giocare da protagonista nello scenario globale. Programmare gli investimenti in ricerca significa poter darsi gli strumenti per determinare quale aspetto avrà il nostro Paese nei prossimi decenni.

Gli ultimi anni sono stati per l’Europa anni di profondo cambiamento. Molti paradigmi sono stati ribaltati: i tempi dell’innovazione si sono accorciati, le fonti dell’innovazione sono cambiate si sono ristrutturati i mercati ed è cambiato il ruolo della tecnologia e della geopolitica, quello delle materie prime e quello dei territori nel determinare il successo economico di un continente.

Solo una cosa è rimasta immutata, anzi si è resa ancor più evidente: la centralità del sapere per il benessere delle comunità umane. Una centralità che ha una rilevanza storica per l’Europa, perché ci ricorda quello che siamo: quella europea è una civiltà che è stata costruita sul sapere, fin dalle origini.[…]. La centralità della conoscenza è destinata ad aumentare, essendo infatti l’unica policy di cui l’Europa dispone per incamminarsi lungo un percorso di crescita sostenibile.

L’Italia ha le carte in regola per avere una funzione più alta in questo cammino, a due condizioni.

Anzitutto deve conoscere i propri limiti, per poterli superare. Investiamo in ricerca ancora molto meno dei nostri partner e dei Paesi con cui competiamo in campo economico, in termini sia di risorse pubbliche, sia soprattutto di risorse private: dobbiamo diffondere nel Paese la fiducia nei nostri talenti e nella nostra capacità di innovare, trasformando questa fiducia in risorse ben calibrate e indirizzate. Abbiamo pochi ricercatori rispetto al bisogno in un’economia avanzata. Dobbiamo aumentare la domanda interna di ricerca sia nel settore pubblico sia in quello privato. Ovunque bisogna lavorare perché il ricercatore diventi un Role Model della nostra società, un modello da seguire e un asse portante dell’innovazione. Inoltre, siamo ancora poco capaci di assegnare priorità alle iniziative di ricerca, mentre abbiamo alcune vocazioni su cui occorre puntare, con la consapevolezza che non specializzarsi in un’economia globale di 7 miliardi di persone significa rischiare di rimanere ai margini della competizione disperdendo energie e risorse.

In secondo luogo l’Italia deve puntare sui propri punti di forza.

I ricercatori italiani sono ancora pochi rispetto al necessario, ma sanno competere ed eccellere sia nel numero e nella qualità delle pubblicazioni scientifiche, sia nel riuscire a vincere i bandi internazionali più prestigiosi, come quelli dell’European Research Council. Possiamo contare sulla seconda manifattura d’Europa e su un gruppo abbastanza numeroso di piccole e medie imprese leader nei propri settori, che ha saputo rinnovarsi per sopravvivere ed è oggi capace di produrre ricerca e innovazione di qualità competendo sui principali mercati internazionali e alleandosi alle grandi imprese nazionali nel ruolo di traino per il resto del Paese. Su questi punti di forza abbiamo il dovere di puntare. La ricerca deve tornare centrale nella Agenda politica del Paese e far crescere il suo ruolo all’interno dell’Unione Europea. Dobbiamo stringere i legami tra ricerca e problemi della società, avvicinando i cittadini all’importanza della ricerca; e al contempo assicurarci che la scienza sia un canale per il dialogo tra i popoli, prima e meglio della politica.

Scritto da Fulvio OBICI (Esperto di Comunicazione del MIUR) a valle del PEAR (PhD Event Apulia Research) di Fair Saturday tenutosi nel Monastero del 3° Millennio a Mesagne il 25-11-2017

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